La disputa infinita

Immaginate di capitare nello scompartimento di un treno con un estraneo; capite subito che è una persona desiderosa di parlare, da l'impressione di essere colta, più anziana di voi e voi ci parlate volentieri durante il lungo viaggio. A un certo punto vi pone in imbarazzo perché propone di passare a un tu più confidenziale, vi da del tu ma voi, per timore reverenziale, continuate a dare del lei, anche perché preferite mantenere un certo distacco.
Molte volte manteniamo un atteggiamento simile con Dio; può farsi in quattro per metterci a nostro agio ma rispunta sempre un timore reverenziale che ci impedisce di osare e di rispondere con piena confidenza. Respingiamo la sua proposta di colloquiare da pari a pari insieme all'invito di farci simili a lui, memori di quell'inganno diabolico "... sarete simili a Dio". Eppure è proprio Gesù che parla di uno Spirito da accogliere che ci fa simili a Dio e ci permette di imitarlo. Non sarà una tentazione diabolica? No! perché Dio non va imitato negli attributi di potenza e di regalità che gli attribuiamo noi ma nella sua beatitudine che è fatta di povertà, di mitezza, di pace, di servizio; in questo consiste la sua regalità. Ecco perché ci conviene mantenere un certo distacco: è meglio un Dio da adorare che da imitare. Per questo lo circondiamo di sfarzo, di sacralità, gli riserviamo i metalli più preziosi, le stoffe più costose convinti così di rendergli un culto gradito; gli imponiamo la stessa regalità mondana che lui ha rifiutato come un vestito vecchio e logoro; e tutto questo passa come operazione di grande umiltà: - Signore, l'idea di farci simili a Te, che presunzione superba ... -.

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