Un samaritano

Un samaritano invece

Luca 17,11

Incredibile Spirito
che pervadi le pagine dei Vangeli
e ci aiuti nella lettura
per cogliere ogni volta
realtà sconcertanti
dietro apparenze insignificanti
Dieci lebbrosi guariti
uno solo ritorna a ringraziare
una lezione di riconoscenza
ma ciò che ci sfugge
per secoli
è la lezione di disobbedienza.
Poveri nove lebbrosi guariti
paragonati a quelle banali
nove dracme
per le quali non si fa festa
per voi solo denigrazione
voi che avete obbedito e vi siete presentati
trepidanti
ai sacerdoti.
Il samaritano vi ha piantati
solidale con voi per lungo tempo
grazie a voi ha potuto conoscere il maestro galileo
Come avete fatto a sopportare uno straniero nel vostro gruppo?
Già, la malattia vi ha insegnato molte cose, anche l'uguaglianza
era un lebbroso come voi
ma, appena guarito, vi ha voltato le spalle
si è riscoperto diverso
samaritano
uno che non ha bisogno
di presentarsi ai sacerdoti
e così ha potuto disobbedire
e tornare dal maestro
a ringraziarlo
Il maestro ha chiesto di voi
voi che in quel momento obbedivate
a quello che per voi era un commando
una prescrizione data da Mosè
per essere riammessi nella comunità
cosa che vi stava molto a cuore
il samaritano no
abituato com'era a sentirsi scomunicato
non ha cercato il certificato che lo riabilitava
è rimasto sconcertato dal miracolo
ed è subito tornato dal maestro
che ha lodato la sua fede, solo la sua
eppure eravate guariti tutti
perché tutti avevate creduto
ma lui, quel maledetto samaritano,
era guarito di più
guarito dentro
si era sentito, una volta di più, libero
aveva capito che
a decretare la sua riammissione nel contesto sociale
bastava la sua coscienza
era bastato l'incontro con quel maestro galileo
la comunità era intorno a lui,
viveva intorno a lui e di lui,
per quello era tornato subito da lui
doppiamente guarito
Voi invece no
poveri figli dell'obbedienza
ancorati alle prescrizioni
incapaci di vedere nel Cristo
uno che libera dalle prescrizioni
uno che guarisce dal di dentro
Il samaritano invece
troppe lezioni dai samaritani
sempre lo stesso samaritano libero da condizionamenti
come quello che trotterellava da Gerusalemme a Gerico
senza legami rituali con quella città
differente da quel sacerdote e quel levita
intrisi di abitudini religiose
il samaritano dall'agire indipendente
fuori dagli schemi
come possono piacere a Dio questi samaritani?
Lo Spirito continua a provocare
samaritani scelti per rappresentare Dio, la sua misericordia
la sua libertà, la sua indipendenza e la sua imprevedibilità
la sua voglia di ironizzare sulle nostre radicate convinzioni
in fatto di religiosità
Il samaritano invece ...

Trittico

Trittico dell'uomo ricco

La storia di Dio è spesso raccontata nelle vicende di esseri umani: lo stesso Gesù è la parabola vivente di Dio, l'icona di Dio e della sua passione per l'uomo. Alcuni personaggi delle parabole vengono interpretati direttamente da Gesù come figure (molto sbiadite) del Padre: un esempio tratto dal vangelo di Luca è la parabola del giudice che accondiscende alla richiesta di giustizia della vedova solo per togliersela di torno (Lc 18,2): ciò che gli uomini sono in grado di realizzare per puro calcolo, Dio lo realizza prontamente e senza alcun tornaconto personale.

Nel tentativo di condurre i suoi uditori verso la logica di Dio Gesù ha raccontato tre parabole che hanno come protagonista “un uomo ricco”; queste parabole si possono incorniciare in un trittico dove nei pannelli laterali ritroviamo il ricco stolto e il ricco Epulone mentre la scena centrale è dominata da una delle figure più difficili da interpretare: quella dell'amministratore, forse a torto definito “disonesto”, che crea enorme imbarazzo quando, nel finale, viene lodato dal suo ricco padrone!

Nel linguaggio pittorico del trittico i pannelli laterali ospitano i personaggi minori che concentrano l'attenzione sulla figura centrale. Se si dispongono le tre parabole in ordine cronologico il pannello centrale tocca alla parabola dell'amministratore; è sicuramente casuale, ma è di buon auspicio: la parabola merita un supplemento di attenzione!


Luca 12, 13-21

Il primo ricco è alle prese con un raccolto straordinario, una situazione nuova che lo coglie di sorpresa e … impreparato!

“Che farò?” si chiede esattamente come il protagonista della parabola successiva, ma in condizioni assolutamente diverse: qui si tratta di affrontare un lungo periodo di agiatezza e di tranquillità economica mentre per l'altro si affaccia lo spettro della precarietà più nera. La soluzione è presto trovata: 'Se i granai non possono contenere il nuovo raccolto si demoliscono e se ne costruiscono dei nuovi, ultima fatica che sarà poi ripagata da un lungo periodo di riposo e di banchetti'

La visione ottimistica del ricco non fa una piega anche e soprattutto se si tiene conto della mentalità che dominava allora: 'Non è forse la ricchezza un segno tangibile della benevolenza divina?'

Chi è nella sventura e nell'indigenza semmai ha da interrogarsi sulla propria rettitudine, come insegnano gli amici di Giobbe. E, anche se Giobbe risulta vincitore nel confronto con gli amici, quale dimostrazione migliore per attestare la solidità delle sue posizioni se non nel reintegro della ricchezza?

Eppure questo fortunato padrone di campi si sente dare dello stolto e non semplicemente perché, pur non sapendolo, sta per morire, ma perché è già morto dentro come vive già la realtà dell'inferno il ricco della terza parabola ancora prima di morire.

I capovolgimenti proiettati in tempi escatologici vanno intesi come già attuati anche se la realtà percepita può far credere il contrario. Le parabole delle ante laterali hanno molto da insegnare soprattutto da questo punto di vista; l'appellativo che risuona, amplificato da un potente megafono, è “Afron!” che non si può tradurre con un semplice “Stolto!”, comunque efficace.

Afron” è il contrario di “fronimos”, un aggettivo molto caro a Luca, che qualifica il servo fedele, il preposto che prende il posto del padrone quando si assenta per un lungo viaggio, e ha il compito di non far mancare niente alle persone che gli sono affidate. Luca 12, 42

Afron è chi non inquadra la ricchezza nell'ottica di Dio ma la vede esclusivamente nell'ottica della ricerca delle proprie sicurezze; cosi come conclude la parabola.

Fronimos” quindi è chi ragiona secondo Dio (etimologicamente 'col cuore'); ci sorprenderà allora che questo aggettivo venga utilizzato (in forma avverbiale) per l'economo della parabola centrale!


Luca 16, 1-9

Un certo uomo era ricco, ma forse non lo era più di tanto, a causa di un economo che lo impoveriva; se la storia finisse qui sarebbe proprio la parabola giusta che ritorna ciclicamente ogni tre anni e trova puntualmente amministratori disonesti (quasi sempre politici!) da bacchettare.

Ma è il seguito che rende inservibile questa parabola per le strane conclusioni che fa questo strano ricco che non è sicuramente stolto come le figure che lo affiancano.

È un ricco che non appare rinchiuso nella torre d'avorio della sua ricchezza: ha degli amici che lo frequentano e gli danno dei consigli, ma soprattutto ha un economo che gli permette di non occuparsi della sua ricchezza, neppure se deve demolire i granai troppo grandi per costruirne di più piccoli. É fortunato: ha un economo che disperde le sue ricchezze e non deve neppure chiedersi “Cosa farò?”.

A pensarci bene ricorda il padre della parabola precedente anche se di lui non si dice che era ricco ma solo che aveva due figli; eppure ricco, e molto, doveva esserlo, anche dopo che il figlio minore gli ha sperperato parte del patrimonio.

Dal padre dei due figli deve avere assimilato anche la noncuranza per il patrimonio dato che non vigila in prima persona sullo stato di salute delle sue sostanze ma lascia che siano altri a metterlo sull'avviso che la gestione del suo patrimonio è abbastanza allegra.

Però, una volta informato, fa sul serio! Non delude gli amici, quelli a cui il patrimonio stava veramente a cuore; e qui il pensiero torna alla parabola precedente, a quel bravo figliolo con la testa sul collo che evitava le feste con gli amici per non disperdere neanche una briciola del patrimonio.

Interessante: da una parte un padre tra due figli e dall'altra un ricco signore che si barcamena tra gli amici e un economo; uno dei figli con la fissa del patrimonio e gli amici pure … il figlio debosciato e l'economo malandrino a disperdere invece (utilizzano entrambi lo stesso verbo: diascorpizein) quello che altri hanno messo insieme e salvaguardato. Il copione è lo stesso come simile è lo scandalo che suscitano il padre e il padrone delle ricchezze quando si squagliano di commozione al ritorno del figlio o si sperticano in lodi per l'economo senza tenere minimamente in considerazione i danni che questi hanno prodotto al patrimonio.

Sullo sfondo appare un Dio riconoscente per l'operato di chi ha distribuito il suo patrimonio; ogni ricchezza che genera amicizia è ben spesa, anche se in vista di un tornaconto personale!


Parabola del ricco e di Lazzaro (Luca 12,16)

C'era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: «Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere

nell'acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma».

Ma Abramo rispose: «Figlio, ricordati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi». E quello replicò: «Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch'essi in

questo luogo di tormento». Ma Abramo rispose: «Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro». E lui replicò: «No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno». Abramo rispose: «Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti».

La trasposizione temporale della pena smaschera la situazione reale del ricco: aldilà delle apparenze è proprio il ricco che versa in una situazione tale da non suscitare alcuna invidia ma solo commiserazione; chi non riesce a vedere oltre il proprio ventre da riempire vive una condizione subumana che è rimarcata dal fatto che non ha neppure un nome, una personalità.

È vero che nessuno, potendo scegliere, si calerebbe nei panni di Lazzaro che rappresenta la radicalizzazione della sofferenza eppure la sua situazione è preferibile a quella dell'anonimo ricco (“Epulone” è un nomignolo regalato dalla pietà popolare che lo identifica con la sua attività preferita: quella di banchettare) vestito di porpora e di bisso (simboli di benestare e anche di potere).

Anche questa parabola è una provocazione al buon senso, tutto il Vangelo lo è dalla prima all'ultima pagina: è sancito il distacco definitivo di Dio dalla ricchezza.

Dio è il “beato tra i poveri” .

I due fratelli

Tipologia dei due figli


Esiste una caratterizzazione tipologica che emerge nettamente dalle pagine del Nuovo Testamento ma che è presente già nel Vecchio.
La tipologia riguarda due figli che incarnano due atteggiamenti possibili nei confronti della religiosità e di Dio in genere:
• in uno possiamo scorgere la categoria di persone che sono vittima dell'illusione di avere Dio dalla loro parte, un Dio che si lascia abbagliare dalle prodezze ascetiche, dalle pratiche religiose, che si incanta davanti ai pii e ai devoti
• il secondo figlio incarna la convinzione di essere profondamente peccatori e da qui la coscienza di essere costantemente sotto l'ala del perdono di Dio.
Da una parte c'è la religiosità che vorrebbe applicare a Dio schemi di giustizia e di meritocrazia tipicamente umani, dall'altra c'è una religiosità fatta di fiducia in un Dio che
• è molto geloso della sua libertà
• riversa la sua liberalità dove crede
• si sente libero di ripagare gli operai dell'ultima ora come quelli della prima
• abbandona 99 pecore per cercare la centesima che si è persa
• gioisce per la dracma ritrovata
• organizza una festa al rientro del figlio che ha disperso la sua quota di patrimonio
• loda l'amministratore che non ha curato i suoi interessi
L'enunciazione esplicita di questa tipologia avviene in Matteo 21,28-32, nella parabola
intitolata comunemente:


La parabola dei due figli


Il contenuto della vicenda è noto; c'è un padre che rivolge lo stesso invito ai suoi due figli
Figlio, va' a lavorare oggi nella vigna
Il primo ha un atteggiamento di disponibilità solo formale accompagnato da ossequio e riverenza;
mai avrebbe osato dire di no al padre; ma, di fatto, non esegue la sua volontà.
Il secondo si pone davanti al padre con un atteggiamento iniziale di rifiuto, quasi da pari a pari;
risponde che non ne ha voglia; ma poi, di fatto, va a lavorare nella vigna.
Domanda: chi dei due ha fatto la volontà del padre? e la risposta appare scontata.
C'è l'atteggiamento di chi entra lentamente in sintonia con Dio ma poi procede spedito perché ha connaturato l'atteggiamento giusto, la giusta conversione, perché proprio di conversione si tratta: il secondo figlio passa attraverso un pentimento più tardi però, pentitosi, ci andò.
Analizziamo allora questa conversione: si parte col collocarsi davanti a Dio senza alcuna soggezione; si tratta del proprio padre e non del proprio padrone; il no iniziale sgombera il campo da tutte le ansie che corrodono i rapporti interpersonali fatti di dipendenze gerarchiche; Dio non ha mai scelto di stare al vertice di una piramide; quello che segue è un pentimento, o meglio una conversione, un cambiare atteggiamento nei confronti della persona che ha rivolto l'invito:
cambiare parere proprio nei confronti del padre non più visto come uno che pretende ma come uno che chiede collaborazione.
Il padre non chiedeva niente per suo tornaconto; la richiesta di lavorare nella vigna non aveva il sapore di una richiesta arrogante, era semplicemente una richiesta di collaborazione per poter organizzare una grande festa, un grande banchetto ... con migliaia di invitati.
In sintesi: aveva un padre che non lo trattava da servo né da mezzadro ma lo invitava a collaborare alla preparazione del vino, un componente essenziale del banchetto e quindi della festa.
L'altro figlio non ha maturato questo passaggio, non si è convertito; per lui continuava ad essere importante l'ossequio al padre, forse anche un certo timore reverenziale nei confronti di un genitore esigente che manda gli altri a lavorare mentre lui, magari attende i frutti nell'ozio ...
Ma non ci andò! e chi non riesce ad andare in vigna a lavorare non riesce nemmeno a entrare nella sala del banchetto, come insegnano altre parabole, le parabole del rifiuto.
Ma all'origine del rifiuto c'è sempre la proiezione della nostra grettezza su Dio (Mt. 25, 24 ) ; non c’è atteggiamento più malvagio ed infingardo di quello che vede in Dio il padrone ozioso che condanna gli altri a lavorare, mentre lui non solleva un dito.
Ecco perché al banchetto del Regno vanno più volentieri le persone malmesse, quelle che hanno visto Dio all’opera: il padre mio lavora, anche di sabato lui lavora per risollevare, per risanare, per raddrizzare la vite malconcia; di un Dio così si diventa volentieri commensali; ecco il significato del banchetto e del Regno: accettare l’idea che Dio lavora sicuramente più di noi.
Il figlio maggiore voleva emulare il padre nell’ozio come quei discepoli che erano disposti a condividere solo la gloria e lo splendore della Trasfigurazione.


Entrate per la porta stretta (Mt 7, 13 )


La tipologia dei due figli si esplicita anche con immagini diverse: quella delle due porte come quella delle due vie aiutano a capire meglio gli elementi che determinano le scelte così diverse dei due figli.
La porta larga simboleggia il figlio che si lascia attrarre dall’ozio; in molte culture è prevalsa l’idea che sia l’ozio la condizione ideale per l’uomo; non l’ozio padre dei vizi ma l’ozio inteso come tempo che rifugge dalle occupazioni servili; l’otium dei filosofi e dei poeti latini per intenderci.
L’otium è tempo per lo studio, per la conversazione, per il deambulare, tempo da dedicare a lunghissimi pasti sdraiati comodamente; questo modello rappresenta una tentazione molto forte: è la via spaziosa per la quale si vorrebbe infilare prima Dio e noi al suo seguito.
La porta stretta è il lavoro che magari si accetta con riluttanza iniziale, perché stanca, ma che poi si accetta di buon grado per i frutti che produce e soprattutto perché si compie in sintonia col padre.
Porta stretta può apparire il servizio, qualsiasi umile servizio, come lavare i piatti, pulire una cantina, il servizio a tavola; essere serviti a tavola, evitare l’ingrato compito di lavare i piatti, avere tanto tempo libero a disposizione, può sembrare gratificante; ma è la porta larga, quella che non porta a Dio.
La porta stretta descrive plasticamente la Speranza: quel riuscire a vedere oltre le apparenze.
Aveva visto giusto il secondo figlio: nel lavoro avrebbe trovato la gratificazione, bastava provarci con atteggiamento di fiducia nel padre che lo invitava.
E insieme alla Fede e alla Speranza bisogna fare un riferimento anche alla Carità: in realtà è l'amore che passa attraverso la porta stretta, quella del servizio e dell'umiliazione; è la porta stretta dell'amore quella che permette di farci pari agli altri, anzi di sottometterci agli altri, secondo la dinamica messa in evidenza da Paolo nella lettera ai Filippesi. (Phil. 2,3) . A spianare la comprensione di questo autentico mistero è la vicenda di Gesù stesso, il suo assumere la forma
dello schiavo (Phil. 2,7) ; Gesù capisce bene la riluttanza iniziale di chi teme la fatica, di chi ha orrore del vuoto creato dalla rinuncia alle sicurezze; anche lui ha pregato: Padre mio, se possibile ... (Mt 26,39 ) ma poi si è buttato a capofitto nel fare la volontà del padre, pienamente convertito all’idea che l’esaltazione di Dio dovesse passare attraverso l’umiliazione della croce; la porta più stretta Dio l’ha riservata a se stesso!


Marco


Tra i sinottici è quello che presenta meno materiale originale, ma è originale l’impostazione: il discorso della porta stretta è sempre presente; il rifiuto e l’incomprensione sono il doloroso tributo che Gesù ha dovuto pagare dal Battesimo fino al Calvario. Un rifiuto in particolare viene sottolineato come particolarmente bruciante: quello del giovane ricco; Marco solamente annota che Gesù, fissatolo, lo amò.
Gesù riesce a scorgere il dramma che si nasconde dietro le migliori disposizioni, dietro l’osservanza dei comandamenti. Al ragazzo mancava una sola cosa: una nuova visione di Dio, il Dio che ripaga con beatitudine la povertà, il servizio, la mancanza di sicurezze. La porta stretta diventa la cruna di un ago per chi è ricco e per chi coltiva una visione farisaica della religione e di Dio.


Luca


Beati voi poveri!
Questa beatitudine proclamata con estrema naturalezza da Luca fa da cerniera con l’episodio del giovane ricco analizzato in Marco; Luca insiste molto sul pericolo delle ricchezze che sono viste come terreno fertile per l’ozio, permettono infatti di essere serviti.
La beatitudine veniva proclamata a gente che ancora non poteva capire; ma anche noi che siamo stati messi in condizione di capire quanto indugiamo ancora sulla via larga delle ricchezze e delle sicurezze di ogni tipo, quelle religiose comprese ...
Ma forse è ora di rientrare nel vivo della tipologia dei due figli o dei due fratelli, se preferiamo;
dipende dalla prospettiva con cui li si guarda; a noi è forse più congeniale vederli come due fratelli che incarnano la nostra duplice anima: quella disposta a fidarsi ciecamente di Dio, delle sue promesse di beatitudine ma anche quella che ricerca sicurezze sul piano sperimentato delle beatitudini secondo il mondo.


Parabola dei due figli (Lc. 15,11 )


La parabola è più nota come La parabola del figliol prodigo ma deve restare dei due figli perché anche il figlio maggiore ha molto da insegnarci; qualche testo intitola ancora diversamente: Il figlio perduto e il figlio fedele dando l’immediata percezione di quanto poco si sia scavato sulla vicenda di questi due fratelli e del maggiore in particolare; quanto al minore poi è sorto il luogo comune per cui prodigo non significa smodatamente generoso ma connota l’attitudine ad allontanarsi per poi fare ritorno con pentimento.
Applicando la nota tipologia non si fatica a vedere nel fratello maggiore quello che sceglie l’atteggiamento più deferente nei confronti del padre; quello che fatica maggiormente a capirlo.
Il minore a sua volta è quello che non ha soggezione del padre, osa resistergli, anzi pretende la sua parte di beni per disporne come crede.
Sogna la vita nell’ozio e per realizzare una vita diversa si allontana dal padre; l’illusione che sia l’ozio ad appagare la propria esistenza dura per un certo periodo, quanto dura il patrimonio; ma poi, pentitosi ... quello che in Matteo era un poi quasi immediato qui ha richiesto mesi, forse anni.
Anche qui c’è una storia di pentimento, di conversione condensata in quel rientrò in se stesso; non pensa alla condizione dei figli nella casa di suo padre, ma alla condizione dei servi, lui che suo malgrado si era trovato nella condizione di dover servire a un padrone: i servi nella casa di mio padre godono di una certa sazietà: lavorano e sono sazi, mentre io qui muoio di fame: mi risolleverò, tornerò da mio padre e il seguito è noto.
Bisogna far notare nell’allegoria dell’insoddisfazione che la carestia ha solo evidenziato quella che era la condizione di infelicità: il patrimonio, prima agognato come un bene supremo e poi dilapidato in fretta impediva di percepire questo disagio profondo, questa insoddisfazione, la stessa del giovane ricco.
Consumato il patrimonio, bruciato come un diaframma ingombrante, ecco che ritorna l’immagine del padre, un’immagine nuova, inedita: un padre che banchetta con i figli e con i servi; un padre dove tutti stanno bene.
Di diverso segno è la vicenda del figlio maggiore: è il protagonista della seconda parte quando il minore scivola nell’ombra della festa.
Per il padre non è ancora giunta l’ora della festa; ha un altro figlio, deve affrontare un rifiuto molto pericoloso; non ci è dato di conoscere l’esito della vicenda ma di sicuro possiamo scorgere il rischio corso da questo fratello.
Eppure si trovava nei campi a lavorare, ha sempre fatto il suo dovere, al patrimonio non aveva mai sottratto neppure un capretto.
Questo figlio si rifiuta di guardare al padre oltre i suoi angusti schemi: vede in lui solo il garante della divisione dei beni; obiettivamente come poteva vedere di buon occhio il rientro del fratello e come poteva approvare il gesto del padre che per lui aveva sacrificato il vitello più grasso; e poi questo fratello che sparisce e ricompare all’improvviso pretendeva forse che si dividesse il patrimonio da capo?
Questa dicotomia tra padre e patrimonio l’abbiamo assimilata anche noi; non è forse vero che continuiamo a vedere Dio come il dispensatore di premi o di castighi quasi che non sia lui stesso il premio e la sua assenza l’inferno.
Abbiamo interiorizzato, finalmente, che l’autentico patrimonio è tutto in quella condivisione che nella parabola è sul piano dell’avere ma che fuori dalla metafora è sul piano dell’essere:
figlio caro, ciò che sono io, sei anche tu ...


*Un amministratore fedele ! (Lc. 16 )


Ancora una volta lasciamo che a descrivere la tipologia dei due figli non siano due fratelli ma due diverse categorie. Il confronto è tra un amministratore prodigo e degli amici fedeli; anche qui l’utilizzo degli aggettivi è velato di ironia soprattutto quando si scopre che l’amministratore in questione è quello che viene più spesso definito come il fattore iniquo pur essendo strettamente imparentato con quel figlio prodigo che è rimasto molto caro all’immaginario comune; va detto che il modo di intitolare le parabole (in realtà nel testo originale non esistono titoli) è spesso un modo di
emettere sentenze che non corrispondono alla realtà dei fatti né tanto meno al messaggio che la parabola vuol lasciare.
C’era un uomo ricco ... Luca di uomini ricchi ce ne presenta tre, ma questo non è certamente assimilabile agli altri due, uno dei quali dichiarato apertamente stolto e l’altro che fa da controfigura a Lazzaro il povero.
Di questo uomo ricco non si dice che avesse ricchezze o che banchettasse in continuazione ma che aveva un amministratore e che costui gli fu denunciato come uno che sperperava il suo patrimonio.
Ancora una figura che attenta al patrimonio altrui e una categoria di persone che si fanno carico di salvaguardare lo stesso patrimonio; il riferimento alla parabola esaminata in precedenza è evidente com’è rilevante il fatto che le parabole siano in sequenza e ci sia uno scambio di espressioni tra le due.
Accettando il parallelo tra il figlio e l’amministratore, entrambi prodighi, resta da individuare chi recita nella parabola in questione la parte del figlio maggiore. In questa parabola c’è, appena accennata, una categoria di persone che lavora nell’ombra: sono gli amici del padrone che si premurano ti tenerlo informato sullo stato del suo patrimonio; il riferimento a queste persone è fugace ma di loro si dice abbastanza quando si prende in esame il termine usato per significare la
denuncia: l’espressione greca ha la stessa radice da cui deriva diavolo; una denuncia quindi che ha i connotati della delazione e l’intento, non certo limpido, di far cadere in disgrazia.
L’amministratore è quindi malvisto, ha dei nemici che mostrano zelo per il patrimonio del ricco padrone; sembra anche che costoro abbiano un ascendente nei confronti del ricco signore; costui, infatti, chiama il suo amministratore e minaccia un licenziamento in tronco, salvo il tempo per una rapida resa dei conti ...
È proprio questo licenziamento che suscita perplessità, ci scandalizza profondamente, anche se un ammonimento agli amministratori poco fedeli potrebbe aiutare qualche predicatore a stigmatizzare l’atteggiamento di una classe politica attenta solo al proprio tornaconto (in tempi di tangentopoli il ritorno ciclico di questa parabola nella liturgia domenicale ha permesso proprio questo, ma in realtà l’accostamento è scorretto; per stigmatizzare il comportamento di chi compie vessazioni sul popolo ci sono altri discorsi di Gesù) .
L’atteggiamento del ricco signore ci appare quindi per lo meno strano, improbabile, sia perché non si rende conto di persona che il suo patrimonio non è amministrato bene e poi perché, senza verificare la consistenza delle accuse, manda in esecuzione il licenziamento; ma questo è niente in confronto al fatto che infine loda il suo amministratore che ha continuato con pervicacia a dilapidare il suo patrimonio; un atteggiamento veramente ... divino!
Anche da parte dell’economo alcune cose ci sorprendono; all’indomani del licenziamento si trova sul lastrico tanto da doversi dare alla giornata oppure mendicare; come? non ha rubato per se? Non ha un conto in banca che gli permetta di vivere di rendita? ci stupisce che non si decida a fare l’onesto amministratore almeno in extremis o si candidi a svolgere una mansione di minore responsabilità; continua a lavorare a modo suo condonando i vari debiti che tanti avevano nei
confronti del suo padrone.
La scommessa è vinta: questo condono dei debiti, anche se in vista di un tornaconto personale, piace al suo padrone!
La vicenda quindi si conclude con una lode che lascia l'uditorio perplesso e i commentatori in difficoltà; per uscire dignitosamente dall’imbarazzo si dirotta la lode all’astuzia dimostrata ma sottintendendo una condanna per l’operato.
Per non dover ricorrere a mortificanti restrizioni mentali è opportuno considerare la parabola con occhi nuovi e, in particolare la figura del padrone.
Come si è detto, l'uomo ricco di questa parabola non ha niente da spartire con gli uomini ricchi delle altre due parabole che esordiscono con la stessa espressione (Lc. 1,16 e Lc. 16,19) : C'era un uomo ricco ...
La somiglianza è semmai con il padre dei due figli della parabola precedente, quello che non si scompone per una parte del patrimonio andata in fumo.
Se mostra di dare credito ai delatori (gli amici che hanno a cuore la sua situazione patrimoniale) è per mettere alla prova il suo economo, convinto che avrebbe agito proprio come lui si aspettava. Per poter capire è opportuno che ci eleviamo su un altro piano ed è questo l’intento delle parabole che, lette su un piano meramente umano, possono apparire come racconti improbabili mentre proiettate sul piano divino acquistano luce nuova.
Sorprende come Dio ami nascondere la sua storia dietro vicende e personaggi discutibili, a volte ambigui e le parabole rischiano di restare un patrimonio inutilizzabile, talvolta perfino imbarazzante, se non sono proiettate sul piano divino.
Sul piano divino la parabola racconta la singolare vicenda di un Padre che sembra abbandonare il proprio Figlio nelle mani di quelli che, a parole, dichiarano, di curare gli interessi divini e di salvaguardare un patrimonio teologico.
Sulla croce Gesù appare proprio come un licenziato da Dio; per testimoniare la sua innocenza non scende dalla croce ma, come l’amministratore, continua a condonare debiti: chiede perdono per i suoi crocifissori e promette il paradiso a uno che sicuramente, per sua ammissione, aveva contratto grossi debiti con la giustizia.
Il primo a capire che in costui c’è qualcosa di divino è un centurione romano; la Resurrezione coglie molti di sorpresa, non meno della lode che conclude la parabola.
Alcune osservazioni in margine per prevenire facili obiezioni: l’economo viene lodato ma in ogni modo gli resta l’appellativo di iniquo ...
In realtà l’espressione usata non è un aggettivo ma un genitivo che indica piuttosto il piano in cui il personaggio si muove: il piano è quello della non-giustizia (in greco a-dikias) ; ciò indica che il personaggio si muove su un piano di considerazioni umane contrapposto al piano della giustizia che è quello divino; il termine giustizia in questa accezione ha poco a che vedere col diritto; la stessa espressione viene utilizzata per il giudice che asseconda la vedova solo per togliersela di torno ma non implica necessariamente che fosse un cattivo giudice.
Per concludere in tema è bene ribadire che Gesù ha dato l’impressione ai suoi contemporanei di essere un dissipatore dei valori della teologia corrente e di lavorare quindi ai danni di Dio stesso, ma la Resurrezione ha dimostrato che aveva il mandato per fare tutto ciò che ha fatto.
Andrea Floris

Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
----------------
*Consultando una Bibbia on line mi ha colpito il fatto che la parabola sia intitolata proprio in questo
modo: resta da vedere se l’illuminazione proviene dai traduttori della Conferenza Episcopale
Italiana o se sia di chi ha pubblicato la traduzione CEI sul web.

Attachments:
Download this file (due fratelli.pdf)I due fratelli - PDF[ ]119 kB

Meritocrazia

A LEZIONE DI MERITOCRAZIA (Matteo 20,1-16)

Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all'alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: «Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò». Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno, e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: «Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?». Gli risposero: «Perché nessuno ci ha presi a giornata». Ed egli disse loro: «Andate anche voi nella vigna».
Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: «Chiama i lavoratori e da' loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi». Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch'essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: «Questi ultimi hanno lavorato un'ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo». Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: «Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest'ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?». Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».

Che Dio abbia un modo tutto suo di ragionare emerge molto bene da questa parabola che, per certi versi, può apparire contro qualsiasi buon senso e certamente non fa il gioco di chi vorrebbe che si applicasse un po' più di meritocrazia nei rapporti di lavoro.

Per dirla in breve gli operai ricevono tutti la stessa ricompensa sia che lavorino per 12 ore (un mazzo così!) sia che lavorino appena un'ora (dopo avere oziato tutto il giorno!) … è decisamente scandaloso, inaccettabile, improponibile.

Eppure ad introdurre la parabola c'è la classica formula “Il regno dei cieli è simile” e il padrone di casa non può essere che Dio stesso, l'unico che può definirsi buono ed equo.

A questo padrone almeno un merito va riconosciuto: va lui di persona a cercarsi gli operai, saltando il passaggio odioso e antipatico del caporalato; si accorda con gli operai sulla paga (un denaro … sarà poco o sarà molto?) e li manda a lavorare nella sua vigna.

Poi esce di nuovo (dopo circa tre ore) e ingaggia un altro gruppo di disoccupati, con una formula nuova questa volta: “quello che è giusto ve lo darò”; non più una paga concordata ma una paga vagamente definita giusta.

La stessa scena si ripete altre due volte con intervalli di tre ore (a mezzogiorno e alle tre del pomeriggio …) e ancora in tanti vanno a lavorare nella vigna fiduciosi in questa paga equa, con la frazione di denaro che si riduce sempre più.

Ma la situazione più paradossale è riservata a quelli che hanno la fortuna (o la sventura?) di essere chiamati solo all'ultima ora: cosa mai riceveranno in cambio? La dodicesima parte di un denaro? Per questi ultimi la giornata lavorativa termina molto in fretta.

E giunge il momento (sospirato) della paga ...

Il padrone da un'indicazione precisa al suo fattore: “dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi” e il fattore comincia a distribuire denari senza calcolare le frazioni del merito … Scandaloso … o divino?

Anche altre parabole ci insegnano che non è cosa corretta soffermarsi sul racconto in se: una lettura sul piano umano non solo può deludere ma anche veicolare insegnamenti sbagliati; la parabola del buon pastore, ad esempio, non vuole dare indicazioni ai pastori su come comportarsi in caso si smarrisca qualche pecora del gregge; i pastori sanno benissimo che non si lascia un gregge nel deserto col rischio che se ne disperda una parte più consistente di quella che si va a ricercare.

Bisogna prendere le parabole come parabole: in altre parole bisogna leggere i racconti proiettandoli su un piano superiore, sul piano divino appunto.

Il padrone di casa è proprio Lui mentre il suo fattore potrebbe essere il Figlio che, anche in altre parabole si dimostra prodigo, smodatamente generoso: una coppia sempre particolarmente generosa con i debitori e con i dipendenti; dall'altra parte ci sono quelli che lavorano per la vigna che è il Regno.

  • Per alcuni il regno è una sorta di ricompensa dovuta e commisurata all'impegno profuso, alle rinunce e alle pratiche ascetiche messe in atto: ancora più importante è che questi meriti siano universalmente riconosciuti e che si possa stabilire una differenza, ed anche un distacco con le persone moralmente inadempienti o che comunque arrivano in ritardo alla fede, al regno (quelli delle ore successive). La parabola è dedicata a coloro che faticano a capire il significato del regno: il regno coincide con il poter lavorare nella vigna e loro sono i privilegiati che vengono chiamati per primi. Per molti vivere accanto a Dio è solo calura e fatica: rispettare comandamenti astrusi, rinunciare ai piaceri della vita, dedicare tempo a preghiere e funzioni noiose … tutte cose che si accettano solo in vista di quel denaro futuro.

  • Ci sono quelli delle ore successive che non partono con un accordo in tasca: per loro non esiste il do ut des, faccio tanto per tanto: si fidano di una vaga promessa di equo compenso ma sono contenti soprattutto di avercela fatta a trovare lavoro: questa disposizione fa sentir meno la calura e non provano alcun risentimento se a quelli dell'ultima ora viene corrisposto lo sesso denaro

  • e veniamo a quelli dell'ultima ora, gli ultimi per antonomasia … se la parabola fosse uno spaccato di vita reale ci sarebbe da commuoversi per la tenacia dimostrata da questi operai che attendono nella piazza il consumarsi di una nuova giornata di disoccupazione con una speranza che si affievolisce ma non demorde: l'attesa di un lavoro anche di poche ore; colpisce anche la pronta la risposta per il rimprovero: “perché state tutto il giorno a oziare?” “perché nessuno ci ha preso a giornata”. In extremis, l'annuncio liberatorio: “Andate anche voi ...” e ci vanno felici se non altro per poter dimostrare che sanno svolgere bene il loro compito, quasi per lasciare un biglietto da visita che potrà risultare utile per un futuro lavoro. Alla ricompensa neppure ci pensano, il pensiero dominante è che la loro presenza sul mercato delle braccia è stata finalmente notata; hanno resistito alla tentazione di andare ad affogare altrove l'amarezza di un'altra giornata senza lavoro. Per questi ultimi l'avventura capitatagli è tutta uno stupore e non per quel denaro guadagnato con una sola ora di lavoro, ma per avere incontrato una persona straordinaria; quello che si aspettano non è solo di essere presi ancora a giornata ma di entrare in relazione più profonda con questo signore e magari di poterlo frequentare anche oltre il rapporto di lavoro, come il figlio prodigo che aveva conosciuto il volto nuovo del padre ed era disposto a vivere presso di lui anche come gli altri salariati …

Ma presso Dio siamo tutti figli, non siamo salariati e, come figli, dovremmo essere felici e sorridere se un fratello comincia a capire Dio con molto ritardo e capire che tutto il tempo trascorso lontano da Dio non è stato per lui certamente il tempo della baldoria e della felicità ma tempo velato dalla tristezza e dalla solitudine.

Il mio primo Blog

Questa discussione è stata aperta nella precedente versione del sito ed è stata vivacizzata soprattutto (e lo ringrazio) da don Michele.

Vuoi intervenire nella discussione?

  1. Registrati
  2. Fai il login (nomeutente e password)
  3. Dal Menu utente - Invia nuovo articolo
  4. Inserisci un titolo
  5. Scrivi o copia il contenuto dell'articolo
  6. Scegli la categoria dove intendi pubblicare
  7. Salva
  8. L'articolo sarà pubblicato quanto prima
Attenzione alle ventate di novità preconciliare (Andrea I)

Capita sempre più frequentemente che determinate parrocchie si trovino coinvolte in operazioni di restaurazione preconciliare; queste spinte non vengono dal basso ma dai parroci di turno legati nostalgicamente allo status quo preconciliare. La singolarità è che non si tratta di parroci ultraottantenni richiamati in servizio per tamponare qualche vuoto nello scacchiere delle diocesi ma delle ultime leve che nutrono nostalgie per liturgie che non hanno mai vissuto; per riesumare i rituali preconciliari non hanno frugato nella loro memoria (sono sotto i quarant'anni) ma li hanno studiati (molto diligentemente) grazie alle ricostruzioni su DvD. Molto prima che uscisse il Motu proprio "Summorum pontificum" loro già si preparavano alla eventualità che un gruppo di parrocchiani avesse potuto richiedere la celebrazione in rito tridentino. Dopo il Motu proprio anche se nessun parrocchiano manifesta il pio desiderio del rito tridentino si può procedere comunque allo smantellamento dei segni lasciati dal concilio (riforma liturgica)

  • lingua in fuori alla comunione e "in ginocchio!"
  • il segno della pace, facoltativo, si può sopprimere
  • sparisce l'altare rivolto al popolo
  • qualche celebrante recita per conto proprio la consacrazione nella lingua che Dio meglio capisce
  • il rito ordinario diventa sempre più simile al rito straordinario, per dirla con la terminologia del motu proprio
  • in conclusione: se si vuol dare particolare significato a una festività come quella dell'Assunta ... Messa solenne in rito tridentino con tanto di canonici e chierici venuti da molto lontano.

Che tale liturgia risulti poco coinvolgente l'hanno ammesso in molti (tra gli stessi parrocchiani felici di avere ottenuto la novità che altrove è osteggiata - come lamentano i siti tradizionalisti); ma ciò che sfugge ai più è che tale obiettivo (quello del non coinvolgimento) non è affatto casuale. La liturgia preconciliare ripropone la visione teologica medievale che la ispira: in essa per "Santa Chiesa" si intende essenzialmente il clero (papa, vescovi e sacerdoti), unico depositario del sapere e fedele interprete del messaggio divino; ad esso (il clero) si contrappone un laicato (i fedeli) che ha bisogno di essere sempre imboccato e accetta, senza rielaborarle minimamente, le verità proposte. Ma ad essere il più penalizzato in questa visione teologica non è il laicato che deve comunque lottare per recuperare una presenza più da adulto nella Chiesa, ma chi viene tradito maggiormente è Dio stesso. L'immagine che si trasmette con certe celebrazioni è di un Dio che si bea di incensi, di segni di croce ripetuti compulsivamente, di genuflessioni, di gesti meticolosi, dove pare che tutto si compia in forza di un ritualismo osservato nei minimi dettagli. Un Dio-divinità da placare e da incantare con simili liturgie somiglia ancora al Padre sereno che ci ha mostrato Gesù?

Risponde Michele:

Il Concilio Vaticano II parlò della “actuosa participatio”

questa viva partecipazione significa partecipazione cosciente, libera, credente, responsabile e fruttuosa. Davanti alla parola di Dio e l'Eucaristia, l'uomo viene sollecitato a dare la suprema risposta; non può schivare il cuore, né addormentare lo spirito, né stare presente col corpo e stare assente con lo spirito nella celebrazione, né assistere distratto all'avvenimento della grazia. Il partecipare non è la stessa cosa che intervenire, si partecipa anche ascoltando e col silenzio: l'accoglienza e anche lo stesso silenzio è agire. La partecipazione attiva nella liturgia deve condurre i partecipanti a pregare secondo la forma della preghiera cristiana ,"a non parlare soltanto tra noi, ma con Dio, perché in questo modo parliamo anche meglio e più profondamente con noi... si richiede di rivendicare il silenzio difronte all'invasione di parole (Benedetto XVI)".

Il silenzio rende possibile la calma, la calma dove l'uomo si appropria dell'eterno. Si richiede che la partecipazione liturgica includa l'educazione per l'interiorizzazione (Card. Canizares, Prefetto Congr. Culto Divino. "La vera crisi della Chiesa di oggi è dovuta al crollo della liturgia"(Benedetto XVI). Il nostro mondo, nessuno lo può negare, è segnato da una profonda crisi di Dio, anche le più piccole comunità religiose sono segnate da una forte secolarizzazione, perciò il Santo Padre chiede a tutti i credenti di ravvivare e rafforzare il senso e il genuino spirito della Sacra Liturgia nella coscienza e nella vita della Chiesa, cosa che è urgente e che incalza come nessun'altra cosa. Sappiamo bene tutti che la Chiesa è comunità e perciò sappiamo anche che tutti i fedeli cristiani avranno vigore e vitalità solo se vivono della liturgia, se si abbeverano a questa fonte perché così vivranno di Dio stesso. La liturgia ci indirizza a Dio, il soggetto della liturgia non siamo noi (questo è un concetto conciliare, non preconciliare), è Dio. La liturgia significa prima di tutto parlare a Dio, parlare di Dio, significa presenza e azione di Dio, significa glorificare Dio, lasciare agire Dio come dice il Vaticano II:"Nella Liturgia viene resa a Dio una gloria perfetta e gli uomini vengono santificati" (Sacrosanctum Concilium 7). La Chiesa stessa e dunque la fede di ognuno per sua natura scaturisce dalla missione di glorificare Dio che è irrevocabilmente legata alla liturgia, la cui sostanza è la riverenza e l'adorazione a Dio. Certo, una certa crisi e mentalità progressista ha inciso in modo forte nella liturgia e nella Chiesa dagli anni dopo il Concilio fino ad oggi e questo è dovuto, come sosteneva anche lei, caro Maestro Andrea, al fatto che molti liturgisti, ma mai il magistero della Chiesa, hanno posto al centro l'uomo e non più Dio e l'adorazione a Lui dovuta. Il Santo Padre, al quale tutti dobbiamo obbedienza se vogliamo stare in comunione nella Chiesa ha parlato della "riforma della riforma" che dice deve essere anzitutto un processo educativo che conduca, nell'ambito di tutta la Chiesa alla rationalis oblatio(Rm 12, 1):"non abbiamo bisogno di forme nuove per derivare verso l'esterno, bensì di una formazione e di una riflessione, di un approfondimento mentale senza il quale qualsiasi celebrazione degenera rapidamente in blanda esteriorità e attivismo"(BendettoXVI) In questo senso tanti sono stati negli ultimi anni i pronunciamenti dei S.Pontefici, di Giovanni Paolo II l'Enciclica"Ecclesia De Eucharistia", l'istruzione"Mane nobiscum Domine" e di Benedetto XVI"Sacramentum caritatis" e il Sinodo sull'Eucaristia, il motu proprio "Summorum Pontificum". Negli ultimi decenni forse vi è stato un cambio nelle forme, una riforma, ma non un vero rinnovamento come richiedevano i Padri conciliari:"a volte, sono stati fatti cambiamenti solo per il gusto di cambiare rispetto a un passato percepito come totalmente negativo e superato (o medievale, come diceva lei), concependo la riforma come una rottura con la grande Tradizione (A.Canizares pref. Culto Divino). Il Santo Padre promuove un rinnovamento profondo nella liturgia della Chiesa, perciò è necessario attingere al suo insegnamento prestando obbedienza alla sua autorità . Come il S.Padre confessa nella Sua biografia: "così come avevo compreso il Nuovo Testamento come anima di tutta la teologia, in modo simile ho compreso la liturgia come fondamento della vita, senza la quale la teologia finirebbe per marcire, perciò, ho considerato all'inizio del concilio, la traccia preparatoria della costituzione sulla liturgia come punto di partenza per quella assise ecclesiale. Non ero in grado di prevedere che gli aspetti negativi del movimento liturgico sarebbero tornati con più grande forza, col serio rischio di portare la liturgia direttamente all'autodistruzione"(B XVI).Perciò credo che tutto quello che lei vede come un ritorno al passato, come un clericalismo della liturgia, come una gestualità complessa, non sia altro che un tentativo certamente imperfetto, di attualizzare ciò che il S.Padre chiede a tutta la Chiesa, perché nella storia esiste uno stretto rapporto tra “lex credendi e lex orandi”, perciò per conservare, con integrità e purezza, la fede della Chiesa tramandataci da millenni nelle preghiere e nei riti liturgici sia necessario stare con il Papa e sotto il Papa e recuperare il nesso che esiste tra la fede della Chiesa e la sua vita liturgica nella quale la Chiesa stessa realizza la sua fede. La mancanza di chiarezza, che il postconcilio ha creato nella relazione tra gli ambiti dogmatico e liturgico, secondo me è il problema centrale della riforma postconciliare."Possiamo tutti renderci conto come frequentemente ci sia un profondo disaccordo tra l'essenza della celebrazione liturgica, la sua origine, i suoi ministri e la sua forma più adeguata"(Canizares). "Dietro i modi diversi di concepire la Liturgia esistono modi diversi di concepire la Chiesa e, pertanto, Dio e le relazioni dell'uomo c on Lui (B XVI). L'argomento della liturgia non è assolutamente marginale: è stato il concilio a ricordarci che qui tocchiamo il cuore stesso della fede cristiana"(B.XVI).La liturgia manifesta il primato di Dio; uno dei problemi più profondi, invece, è che oggi l'uomo concepisce se stesso come artefice supremo non lasciando a Dio d'essere Dio. È necessario, come dice il Papa una nuova coscienza liturgica per far sì che sparisca quello spirito di artefice supremo che ha portato addirittura all'estremo che gruppi liturgici si autocostituiscano liturgia domenicale o parrocchiale. Ma questo non significa incontrarsi col Sacro che mi viene donato, bensì con l'abilità e la fantasia del gruppo, del movimento delle persone. La Liturgia invece, anche nella sua gestualità che può sembrare meccanica all'occhio dello sprovveduto secolarizzato, costruttore del suo culto a Dio, è invece una finestra che si apre sul cielo, che contempla la gloria del paradiso, che ricopia ciò che le Scritture ci dicono che la corte celeste offre a Dio come culto a lui gradito. è vero che la maggior parte del clero non ha seguito il Papa in questa Sua volontà di rinnovare la riforma, è vero che solamente il clero più giovane, che non ha vissuto la liturgia preconciliare sembra essere più attratto ad essa, ma è vero anche che questo clero più giovane, che ormai è anche il più numeroso, ha il cuore più libero dai condizionamenti autosufficienti e anticlericali del '68 e degli anni turbolenti del postconcilio che hanno visto il S. Padre Paolo VI ridurre allo stato laicale ben 18.000 sacerdoti.

Andrea (II)

Ci serve un Dio che serve, o abbiamo paura di Lui?
Ci fa più paura un Dio che serve o un Dio che si comporta da padrone?
Perdura in me l'emozione di un brano del vangelo di Luca proposto dalla liturgia qualche settimana fa grazie anche al fatto che ho letto in internet un commento di padre Ermes Ronchi "La bellezza di un Dio che si fa servo". (collegamento)
Per fortuna la lettura è stata fatta in italiano e da un diacono rivolto all'assemblea, grazie alla riforma liturgica postconciliare.
Ma torno subito alla domanda: Ci fa più paura un Dio che si fa servitore o un Dio che spadroneggia? Forse ci fa più paura il Dio servitore, Gesù che inventa la liturgia della lavanda dei piedi, di un Dio che tutto osserva dalla sua corte celeste e si gratifica con gli ori e i nastrini delle nostre liturgie terrestri. La nostra liturgia riflette la nostra disposizione d'animo che abbiamo nei confronti di Dio: non c'è dubbio che lo preferiamo padrone quando la liturgia è tutta rivolta a Lui che è a oriente e non in mezzo al suo popolo mentre cura le ferite di ciascuno e sorregge le speranze (le stesse che suscita la liturgia compresa, partecipata). Un Dio padrone giustifica poi un certo spadroneggiare delle coscienze da parte di chi si sente investito dei poteri divini del Dio padrone.
A quanti cristiani manca la gioia di servire un Dio che serve? Concludo insieme a Padre Ermes:
"L'uomo diventa ciò che ama. La fede avanza per scoperta di tesori, non per doveri. La vita cresce non per obblighi o divieti, ma per una passione, e la passione nasce da una bellezza. La bellezza di un Dio così fa avanzare la mia fede. Un tesoro di persone e di speranze è il motore della vita. Sufficiente a mettersi in viaggio verso Colui che ha nome amore, pastore delle costellazioni e pastore dei cuori, che ci metterà a tavola e passerà a servirci, con tutta la gioia di un padre sorpreso da questi suoi figli, questo piccolo gregge, coraggioso e mai arreso, che veglia sui tesori di Dio, che veglia fino alle porte della luce."

Replica Michele (II)

"Ci serve un Dio che serve...la nostra liturgia" dice lei. Rimane impossibile un confronto e non ci può essere dialogo se almeno non si riconosce che la liturgia è il culto pubblico della Chiesa,culto che viene offerto da Cristo al Padre e del quale noi siamo resi partecipi per Sua misericordia.Credo che Dio non abbia iniziato a curare le ferite del suo popolo a partire dalla riforma liturgica o da quando il sacerdote si è rivolto al popolo.La liturgia è il culto pubblico della Chiesa, le sue personali opinioni o quelle dei liturgisti su come il diacono possa leggere il Vangelo, o sulla liturgia rivolta ad oriente che per lei dipinge una chiesa con un Dio padrone sono e rimangono opinioni personali, ma non costituiscono la linea che il Santo Padre ha indicato alla Chiesa e, perciò, si può dire, non sono il pensiero della Chiesa cattolica sulla liturgia...possiamo fare, certamente, un dialogo interreligioso, perchè di due diverse religioni si sta parlando,l'una con una liturgia che ha al centro l'uomo(con ciò che capisce o non, con ciò che gli piace o non, con le sue impressioni) e l'altra, quella della Chiesa,che vuole avere al centro Dio (ed io vorrei essere portavoce del pensiero di questa Chiesa senza punti di vista personalistici). occorre ripartire dalla fede,dalla vera fede, che è adesione a Cristo ed è adesione anche alla Chiesa e al Papa, soprattutto quando egli si pronuncia su temi di fede e di morale; è la Chiesa, il Papa che ti dicono che la tua fede è vera. Semmai credo che dovremmo riscoprire anche la bellezza della liturgia con il rito antico che è anche esso culto pubblico della Chiesa, che è tesoro di questa Chiesa, riscoprire la sua bellezza senza appiccicargli giudizi personalistici e che dimostrano piuttosto l'ignoranza sui significati che ogni gesto ha, anche quello, ad esempio, del Diacono che canta il Vg rivolto a sinistra: ricorda che l'annuncio del Vg della Verità è rivolto prima di tutto a chi sta nelle tenebre ed è lontano da Dio.Questa è la liturgia della Chiesa, ci vuole un pò di fede per riuscire a pregare anche con quel rito e un pò di umiltà per accettare il fatto che non possiamo capire tutto difronte a Dio(a mio giudizio è questa la condizione migliore per un vero abbandono a Dio ed una vera partecipazione).Indubbiamente ci sono delle difficoltà per riuscire a veicolare quanto meglio anche questa "nuova" forma, ma pian piano e, sempre, ad maiorem Dei gloriam si fa quel che il Papa che Dio ha riservato per questi tempi ci ha indicato e ci indicherà .

Andrea (III)

La "liturgia è per l'uomo" fa rima con "il sabato è per l'uomo"

... ma ciò non significa che al centro della liturgia si pone l'uomo e non Dio, ma semplicemente che la liturgia deve essere vissuta dai credenti, "come culto pubblico della Chiesa" certamente, ma anche capìta in tutto ciò che essa vuole significare compresi i simboli e la Parola. Assistere a un rito senza capire non è umiltà ma è ignoranza che non sempre è imputabile al fedele che non capisce ma all'astrusità del rito stesso. La riforma ha voluto ovviare a questa situazione legata al vecchio rito: non è il frutto di una improvvisazione ma è stata realizzata in un arco di tempo abbastanza vasto con fasi di sperimentazione che possono aver indotto anche qualche sbandata; sicuramente è ancora perfettibile proprio perché le forme cambiano, non come mode ma come risposte al fatto che l'uomo cambia nel tempo e nello spazio. Col Concilio la Chiesa si è proposta di parlare all'uomo concreto (uomo, donna, ragazzo, bambino, africano, asiatico) e non a un ipotetico uomo che, per deformazione prospettica, risultava dover essere occidentale, esperto di lingue classiche, inserito in una cultura con radici cristiane. Quanto a Dio che cura le ferite ... simpatica la battuta; si potrebbe rispondere che a un certo punto ha dovuto smettere gli abiti del sacerdote e del levita (ordine sacerdotale) e indossare quelli dello scomunicato (il samaritano) per non dover passare oltre ...

GIANNA (Udine)

per collegarmi al dialogo che tu hai aperto sul blog … (ho letto il botta e risposta con il Sig. Michele) Personalmente credo che Dio non abbia bisogno di liturgie … semmai siamo noi che abbiamo bisogno di questo … Dio ha bisogno delle nostre scelte concrete, per piccole che siano … e agli occhi di Dio le scelte per l’uomo fatte da chi dice di riconoscersi
in Lui non possono non essere pari a quelle fatte da chi dice di non riconoscersi in Lui …
La mia amica*** non ha un esplicito riferimento di fede (ma chi può mai dire chi
ha e chi non ha fede?) eppure credo renda omaggio a Dio e dialoghi con Lui,
anche senza identificarlo o chiamarlo per nome, più di tante persone che in tanti momenti liturgici, magari anche rigidamente disciplinati, intendono rendergli omaggio …

Se noi facciamo riferimento esplicito al Vangelo credo che il momento liturgico (per eccellenza e forse l’unico) in cui dovremmo riconoscerci è quello dell’Eucarestia … e dovrebbe essere momento di partenza e di arrivo per la nostra vita … allora perché l’Eucarestia dovrebbe essere un momento rituale e non invece un momento profondamente umano in cui la comunità si ritrova per riflettere e pregare partendo dalla vita per ritornare alla vita?

Mi domando perché mai Dio dovrebbe volere l’altare come luogo separato, il
prete che ripete formule biascicate in latino in alto rispetto all’assemblea,
la lingua fuori e non una mano per ricevere l’Eucarestia… e così avanti

non credo in luoghi sacri separati… neppure in momenti sacri separati… credo
che il luogo sacro sia l’uomo, qualunque uomo e che il mondo, l’universo sia sacro….

*** amica impegnata in un progetto di salvaguardia di una comunità amazzonica (87 famiglie) minacciata da compagnie straniere in cerca di risorse minerarie

Informazioni aggiuntive