I due fratelli - Parabola dei due figli

La parabola dei due figli


Il contenuto della vicenda è noto; c'è un padre che rivolge lo stesso invito ai suoi due figli
Figlio, va' a lavorare oggi nella vigna
Il primo ha un atteggiamento di disponibilità solo formale accompagnato da ossequio e riverenza;
mai avrebbe osato dire di no al padre; ma, di fatto, non esegue la sua volontà.
Il secondo si pone davanti al padre con un atteggiamento iniziale di rifiuto, quasi da pari a pari;
risponde che non ne ha voglia; ma poi, di fatto, va a lavorare nella vigna.
Domanda: chi dei due ha fatto la volontà del padre? e la risposta appare scontata.
C'è l'atteggiamento di chi entra lentamente in sintonia con Dio ma poi procede spedito perché ha connaturato l'atteggiamento giusto, la giusta conversione, perché proprio di conversione si tratta: il secondo figlio passa attraverso un pentimento più tardi però, pentitosi, ci andò.
Analizziamo allora questa conversione: si parte col collocarsi davanti a Dio senza alcuna soggezione; si tratta del proprio padre e non del proprio padrone; il no iniziale sgombera il campo da tutte le ansie che corrodono i rapporti interpersonali fatti di dipendenze gerarchiche; Dio non ha mai scelto di stare al vertice di una piramide; quello che segue è un pentimento, o meglio una conversione, un cambiare atteggiamento nei confronti della persona che ha rivolto l'invito:
cambiare parere proprio nei confronti del padre non più visto come uno che pretende ma come uno che chiede collaborazione.
Il padre non chiedeva niente per suo tornaconto; la richiesta di lavorare nella vigna non aveva il sapore di una richiesta arrogante, era semplicemente una richiesta di collaborazione per poter organizzare una grande festa, un grande banchetto ... con migliaia di invitati.
In sintesi: aveva un padre che non lo trattava da servo né da mezzadro ma lo invitava a collaborare alla preparazione del vino, un componente essenziale del banchetto e quindi della festa.
L'altro figlio non ha maturato questo passaggio, non si è convertito; per lui continuava ad essere importante l'ossequio al padre, forse anche un certo timore reverenziale nei confronti di un genitore esigente che manda gli altri a lavorare mentre lui, magari attende i frutti nell'ozio ...
Ma non ci andò! e chi non riesce ad andare in vigna a lavorare non riesce nemmeno a entrare nella sala del banchetto, come insegnano altre parabole, le parabole del rifiuto.
Ma all'origine del rifiuto c'è sempre la proiezione della nostra grettezza su Dio (Mt. 25, 24 ) ; non c’è atteggiamento più malvagio ed infingardo di quello che vede in Dio il padrone ozioso che condanna gli altri a lavorare, mentre lui non solleva un dito.
Ecco perché al banchetto del Regno vanno più volentieri le persone malmesse, quelle che hanno visto Dio all’opera: il padre mio lavora, anche di sabato lui lavora per risollevare, per risanare, per raddrizzare la vite malconcia; di un Dio così si diventa volentieri commensali; ecco il significato del banchetto e del Regno: accettare l’idea che Dio lavora sicuramente più di noi.
Il figlio maggiore voleva emulare il padre nell’ozio come quei discepoli che erano disposti a condividere solo la gloria e lo splendore della Trasfigurazione.

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