I due fratelli - Luca- I due figli

Parabola dei due figli (Lc. 15,11 )


La parabola è più nota come La parabola del figliol prodigo ma deve restare dei due figli perché anche il figlio maggiore ha molto da insegnarci; qualche testo intitola ancora diversamente: Il figlio perduto e il figlio fedele dando l’immediata percezione di quanto poco si sia scavato sulla vicenda di questi due fratelli e del maggiore in particolare; quanto al minore poi è sorto il luogo comune per cui prodigo non significa smodatamente generoso ma connota l’attitudine ad allontanarsi per poi fare ritorno con pentimento.
Applicando la nota tipologia non si fatica a vedere nel fratello maggiore quello che sceglie l’atteggiamento più deferente nei confronti del padre; quello che fatica maggiormente a capirlo.
Il minore a sua volta è quello che non ha soggezione del padre, osa resistergli, anzi pretende la sua parte di beni per disporne come crede.
Sogna la vita nell’ozio e per realizzare una vita diversa si allontana dal padre; l’illusione che sia l’ozio ad appagare la propria esistenza dura per un certo periodo, quanto dura il patrimonio; ma poi, pentitosi ... quello che in Matteo era un poi quasi immediato qui ha richiesto mesi, forse anni.
Anche qui c’è una storia di pentimento, di conversione condensata in quel rientrò in se stesso; non pensa alla condizione dei figli nella casa di suo padre, ma alla condizione dei servi, lui che suo malgrado si era trovato nella condizione di dover servire a un padrone: i servi nella casa di mio padre godono di una certa sazietà: lavorano e sono sazi, mentre io qui muoio di fame: mi risolleverò, tornerò da mio padre e il seguito è noto.
Bisogna far notare nell’allegoria dell’insoddisfazione che la carestia ha solo evidenziato quella che era la condizione di infelicità: il patrimonio, prima agognato come un bene supremo e poi dilapidato in fretta impediva di percepire questo disagio profondo, questa insoddisfazione, la stessa del giovane ricco.
Consumato il patrimonio, bruciato come un diaframma ingombrante, ecco che ritorna l’immagine del padre, un’immagine nuova, inedita: un padre che banchetta con i figli e con i servi; un padre dove tutti stanno bene.
Di diverso segno è la vicenda del figlio maggiore: è il protagonista della seconda parte quando il minore scivola nell’ombra della festa.
Per il padre non è ancora giunta l’ora della festa; ha un altro figlio, deve affrontare un rifiuto molto pericoloso; non ci è dato di conoscere l’esito della vicenda ma di sicuro possiamo scorgere il rischio corso da questo fratello.
Eppure si trovava nei campi a lavorare, ha sempre fatto il suo dovere, al patrimonio non aveva mai sottratto neppure un capretto.
Questo figlio si rifiuta di guardare al padre oltre i suoi angusti schemi: vede in lui solo il garante della divisione dei beni; obiettivamente come poteva vedere di buon occhio il rientro del fratello e come poteva approvare il gesto del padre che per lui aveva sacrificato il vitello più grasso; e poi questo fratello che sparisce e ricompare all’improvviso pretendeva forse che si dividesse il patrimonio da capo?
Questa dicotomia tra padre e patrimonio l’abbiamo assimilata anche noi; non è forse vero che continuiamo a vedere Dio come il dispensatore di premi o di castighi quasi che non sia lui stesso il premio e la sua assenza l’inferno.
Abbiamo interiorizzato, finalmente, che l’autentico patrimonio è tutto in quella condivisione che nella parabola è sul piano dell’avere ma che fuori dalla metafora è sul piano dell’essere:
figlio caro, ciò che sono io, sei anche tu ...

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