I due fratelli - Un amministratore

*Un amministratore fedele ! (Lc. 16 )


Ancora una volta lasciamo che a descrivere la tipologia dei due figli non siano due fratelli ma due diverse categorie. Il confronto è tra un amministratore prodigo e degli amici fedeli; anche qui l’utilizzo degli aggettivi è velato di ironia soprattutto quando si scopre che l’amministratore in questione è quello che viene più spesso definito come il fattore iniquo pur essendo strettamente imparentato con quel figlio prodigo che è rimasto molto caro all’immaginario comune; va detto che il modo di intitolare le parabole (in realtà nel testo originale non esistono titoli) è spesso un modo di
emettere sentenze che non corrispondono alla realtà dei fatti né tanto meno al messaggio che la parabola vuol lasciare.
C’era un uomo ricco ... Luca di uomini ricchi ce ne presenta tre, ma questo non è certamente assimilabile agli altri due, uno dei quali dichiarato apertamente stolto e l’altro che fa da controfigura a Lazzaro il povero.
Di questo uomo ricco non si dice che avesse ricchezze o che banchettasse in continuazione ma che aveva un amministratore e che costui gli fu denunciato come uno che sperperava il suo patrimonio.
Ancora una figura che attenta al patrimonio altrui e una categoria di persone che si fanno carico di salvaguardare lo stesso patrimonio; il riferimento alla parabola esaminata in precedenza è evidente com’è rilevante il fatto che le parabole siano in sequenza e ci sia uno scambio di espressioni tra le due.
Accettando il parallelo tra il figlio e l’amministratore, entrambi prodighi, resta da individuare chi recita nella parabola in questione la parte del figlio maggiore. In questa parabola c’è, appena accennata, una categoria di persone che lavora nell’ombra: sono gli amici del padrone che si premurano ti tenerlo informato sullo stato del suo patrimonio; il riferimento a queste persone è fugace ma di loro si dice abbastanza quando si prende in esame il termine usato per significare la
denuncia: l’espressione greca ha la stessa radice da cui deriva diavolo; una denuncia quindi che ha i connotati della delazione e l’intento, non certo limpido, di far cadere in disgrazia.
L’amministratore è quindi malvisto, ha dei nemici che mostrano zelo per il patrimonio del ricco padrone; sembra anche che costoro abbiano un ascendente nei confronti del ricco signore; costui, infatti, chiama il suo amministratore e minaccia un licenziamento in tronco, salvo il tempo per una rapida resa dei conti ...
È proprio questo licenziamento che suscita perplessità, ci scandalizza profondamente, anche se un ammonimento agli amministratori poco fedeli potrebbe aiutare qualche predicatore a stigmatizzare l’atteggiamento di una classe politica attenta solo al proprio tornaconto (in tempi di tangentopoli il ritorno ciclico di questa parabola nella liturgia domenicale ha permesso proprio questo, ma in realtà l’accostamento è scorretto; per stigmatizzare il comportamento di chi compie vessazioni sul popolo ci sono altri discorsi di Gesù) .
L’atteggiamento del ricco signore ci appare quindi per lo meno strano, improbabile, sia perché non si rende conto di persona che il suo patrimonio non è amministrato bene e poi perché, senza verificare la consistenza delle accuse, manda in esecuzione il licenziamento; ma questo è niente in confronto al fatto che infine loda il suo amministratore che ha continuato con pervicacia a dilapidare il suo patrimonio; un atteggiamento veramente ... divino!
Anche da parte dell’economo alcune cose ci sorprendono; all’indomani del licenziamento si trova sul lastrico tanto da doversi dare alla giornata oppure mendicare; come? non ha rubato per se? Non ha un conto in banca che gli permetta di vivere di rendita? ci stupisce che non si decida a fare l’onesto amministratore almeno in extremis o si candidi a svolgere una mansione di minore responsabilità; continua a lavorare a modo suo condonando i vari debiti che tanti avevano nei
confronti del suo padrone.
La scommessa è vinta: questo condono dei debiti, anche se in vista di un tornaconto personale, piace al suo padrone!
La vicenda quindi si conclude con una lode che lascia l'uditorio perplesso e i commentatori in difficoltà; per uscire dignitosamente dall’imbarazzo si dirotta la lode all’astuzia dimostrata ma sottintendendo una condanna per l’operato.
Per non dover ricorrere a mortificanti restrizioni mentali è opportuno considerare la parabola con occhi nuovi e, in particolare la figura del padrone.
Come si è detto, l'uomo ricco di questa parabola non ha niente da spartire con gli uomini ricchi delle altre due parabole che esordiscono con la stessa espressione (Lc. 1,16 e Lc. 16,19) : C'era un uomo ricco ...
La somiglianza è semmai con il padre dei due figli della parabola precedente, quello che non si scompone per una parte del patrimonio andata in fumo.
Se mostra di dare credito ai delatori (gli amici che hanno a cuore la sua situazione patrimoniale) è per mettere alla prova il suo economo, convinto che avrebbe agito proprio come lui si aspettava. Per poter capire è opportuno che ci eleviamo su un altro piano ed è questo l’intento delle parabole che, lette su un piano meramente umano, possono apparire come racconti improbabili mentre proiettate sul piano divino acquistano luce nuova.
Sorprende come Dio ami nascondere la sua storia dietro vicende e personaggi discutibili, a volte ambigui e le parabole rischiano di restare un patrimonio inutilizzabile, talvolta perfino imbarazzante, se non sono proiettate sul piano divino.
Sul piano divino la parabola racconta la singolare vicenda di un Padre che sembra abbandonare il proprio Figlio nelle mani di quelli che, a parole, dichiarano, di curare gli interessi divini e di salvaguardare un patrimonio teologico.
Sulla croce Gesù appare proprio come un licenziato da Dio; per testimoniare la sua innocenza non scende dalla croce ma, come l’amministratore, continua a condonare debiti: chiede perdono per i suoi crocifissori e promette il paradiso a uno che sicuramente, per sua ammissione, aveva contratto grossi debiti con la giustizia.
Il primo a capire che in costui c’è qualcosa di divino è un centurione romano; la Resurrezione coglie molti di sorpresa, non meno della lode che conclude la parabola.
Alcune osservazioni in margine per prevenire facili obiezioni: l’economo viene lodato ma in ogni modo gli resta l’appellativo di iniquo ...
In realtà l’espressione usata non è un aggettivo ma un genitivo che indica piuttosto il piano in cui il personaggio si muove: il piano è quello della non-giustizia (in greco a-dikias) ; ciò indica che il personaggio si muove su un piano di considerazioni umane contrapposto al piano della giustizia che è quello divino; il termine giustizia in questa accezione ha poco a che vedere col diritto; la stessa espressione viene utilizzata per il giudice che asseconda la vedova solo per togliersela di torno ma non implica necessariamente che fosse un cattivo giudice.
Per concludere in tema è bene ribadire che Gesù ha dato l’impressione ai suoi contemporanei di essere un dissipatore dei valori della teologia corrente e di lavorare quindi ai danni di Dio stesso, ma la Resurrezione ha dimostrato che aveva il mandato per fare tutto ciò che ha fatto.
Andrea Floris

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*Consultando una Bibbia on line mi ha colpito il fatto che la parabola sia intitolata proprio in questo
modo: resta da vedere se l’illuminazione proviene dai traduttori della Conferenza Episcopale
Italiana o se sia di chi ha pubblicato la traduzione CEI sul web.

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