I due fratelli

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Tipologia dei due figli


Esiste una caratterizzazione tipologica che emerge nettamente dalle pagine del Nuovo Testamento ma che è presente già nel Vecchio.
La tipologia riguarda due figli che incarnano due atteggiamenti possibili nei confronti della religiosità e di Dio in genere:
• in uno possiamo scorgere la categoria di persone che sono vittima dell'illusione di avere Dio dalla loro parte, un Dio che si lascia abbagliare dalle prodezze ascetiche, dalle pratiche religiose, che si incanta davanti ai pii e ai devoti
• il secondo figlio incarna la convinzione di essere profondamente peccatori e da qui la coscienza di essere costantemente sotto l'ala del perdono di Dio.
Da una parte c'è la religiosità che vorrebbe applicare a Dio schemi di giustizia e di meritocrazia tipicamente umani, dall'altra c'è una religiosità fatta di fiducia in un Dio che
• è molto geloso della sua libertà
• riversa la sua liberalità dove crede
• si sente libero di ripagare gli operai dell'ultima ora come quelli della prima
• abbandona 99 pecore per cercare la centesima che si è persa
• gioisce per la dracma ritrovata
• organizza una festa al rientro del figlio che ha disperso la sua quota di patrimonio
• loda l'amministratore che non ha curato i suoi interessi
L'enunciazione esplicita di questa tipologia avviene in Matteo 21,28-32, nella parabola
intitolata comunemente:


La parabola dei due figli


Il contenuto della vicenda è noto; c'è un padre che rivolge lo stesso invito ai suoi due figli
Figlio, va' a lavorare oggi nella vigna
Il primo ha un atteggiamento di disponibilità solo formale accompagnato da ossequio e riverenza;
mai avrebbe osato dire di no al padre; ma, di fatto, non esegue la sua volontà.
Il secondo si pone davanti al padre con un atteggiamento iniziale di rifiuto, quasi da pari a pari;
risponde che non ne ha voglia; ma poi, di fatto, va a lavorare nella vigna.
Domanda: chi dei due ha fatto la volontà del padre? e la risposta appare scontata.
C'è l'atteggiamento di chi entra lentamente in sintonia con Dio ma poi procede spedito perché ha connaturato l'atteggiamento giusto, la giusta conversione, perché proprio di conversione si tratta: il secondo figlio passa attraverso un pentimento più tardi però, pentitosi, ci andò.
Analizziamo allora questa conversione: si parte col collocarsi davanti a Dio senza alcuna soggezione; si tratta del proprio padre e non del proprio padrone; il no iniziale sgombera il campo da tutte le ansie che corrodono i rapporti interpersonali fatti di dipendenze gerarchiche; Dio non ha mai scelto di stare al vertice di una piramide; quello che segue è un pentimento, o meglio una conversione, un cambiare atteggiamento nei confronti della persona che ha rivolto l'invito:
cambiare parere proprio nei confronti del padre non più visto come uno che pretende ma come uno che chiede collaborazione.
Il padre non chiedeva niente per suo tornaconto; la richiesta di lavorare nella vigna non aveva il sapore di una richiesta arrogante, era semplicemente una richiesta di collaborazione per poter organizzare una grande festa, un grande banchetto ... con migliaia di invitati.
In sintesi: aveva un padre che non lo trattava da servo né da mezzadro ma lo invitava a collaborare alla preparazione del vino, un componente essenziale del banchetto e quindi della festa.
L'altro figlio non ha maturato questo passaggio, non si è convertito; per lui continuava ad essere importante l'ossequio al padre, forse anche un certo timore reverenziale nei confronti di un genitore esigente che manda gli altri a lavorare mentre lui, magari attende i frutti nell'ozio ...
Ma non ci andò! e chi non riesce ad andare in vigna a lavorare non riesce nemmeno a entrare nella sala del banchetto, come insegnano altre parabole, le parabole del rifiuto.
Ma all'origine del rifiuto c'è sempre la proiezione della nostra grettezza su Dio (Mt. 25, 24 ) ; non c’è atteggiamento più malvagio ed infingardo di quello che vede in Dio il padrone ozioso che condanna gli altri a lavorare, mentre lui non solleva un dito.
Ecco perché al banchetto del Regno vanno più volentieri le persone malmesse, quelle che hanno visto Dio all’opera: il padre mio lavora, anche di sabato lui lavora per risollevare, per risanare, per raddrizzare la vite malconcia; di un Dio così si diventa volentieri commensali; ecco il significato del banchetto e del Regno: accettare l’idea che Dio lavora sicuramente più di noi.
Il figlio maggiore voleva emulare il padre nell’ozio come quei discepoli che erano disposti a condividere solo la gloria e lo splendore della Trasfigurazione.


Entrate per la porta stretta (Mt 7, 13 )


La tipologia dei due figli si esplicita anche con immagini diverse: quella delle due porte come quella delle due vie aiutano a capire meglio gli elementi che determinano le scelte così diverse dei due figli.
La porta larga simboleggia il figlio che si lascia attrarre dall’ozio; in molte culture è prevalsa l’idea che sia l’ozio la condizione ideale per l’uomo; non l’ozio padre dei vizi ma l’ozio inteso come tempo che rifugge dalle occupazioni servili; l’otium dei filosofi e dei poeti latini per intenderci.
L’otium è tempo per lo studio, per la conversazione, per il deambulare, tempo da dedicare a lunghissimi pasti sdraiati comodamente; questo modello rappresenta una tentazione molto forte: è la via spaziosa per la quale si vorrebbe infilare prima Dio e noi al suo seguito.
La porta stretta è il lavoro che magari si accetta con riluttanza iniziale, perché stanca, ma che poi si accetta di buon grado per i frutti che produce e soprattutto perché si compie in sintonia col padre.
Porta stretta può apparire il servizio, qualsiasi umile servizio, come lavare i piatti, pulire una cantina, il servizio a tavola; essere serviti a tavola, evitare l’ingrato compito di lavare i piatti, avere tanto tempo libero a disposizione, può sembrare gratificante; ma è la porta larga, quella che non porta a Dio.
La porta stretta descrive plasticamente la Speranza: quel riuscire a vedere oltre le apparenze.
Aveva visto giusto il secondo figlio: nel lavoro avrebbe trovato la gratificazione, bastava provarci con atteggiamento di fiducia nel padre che lo invitava.
E insieme alla Fede e alla Speranza bisogna fare un riferimento anche alla Carità: in realtà è l'amore che passa attraverso la porta stretta, quella del servizio e dell'umiliazione; è la porta stretta dell'amore quella che permette di farci pari agli altri, anzi di sottometterci agli altri, secondo la dinamica messa in evidenza da Paolo nella lettera ai Filippesi. (Phil. 2,3) . A spianare la comprensione di questo autentico mistero è la vicenda di Gesù stesso, il suo assumere la forma
dello schiavo (Phil. 2,7) ; Gesù capisce bene la riluttanza iniziale di chi teme la fatica, di chi ha orrore del vuoto creato dalla rinuncia alle sicurezze; anche lui ha pregato: Padre mio, se possibile ... (Mt 26,39 ) ma poi si è buttato a capofitto nel fare la volontà del padre, pienamente convertito all’idea che l’esaltazione di Dio dovesse passare attraverso l’umiliazione della croce; la porta più stretta Dio l’ha riservata a se stesso!


Marco


Tra i sinottici è quello che presenta meno materiale originale, ma è originale l’impostazione: il discorso della porta stretta è sempre presente; il rifiuto e l’incomprensione sono il doloroso tributo che Gesù ha dovuto pagare dal Battesimo fino al Calvario. Un rifiuto in particolare viene sottolineato come particolarmente bruciante: quello del giovane ricco; Marco solamente annota che Gesù, fissatolo, lo amò.
Gesù riesce a scorgere il dramma che si nasconde dietro le migliori disposizioni, dietro l’osservanza dei comandamenti. Al ragazzo mancava una sola cosa: una nuova visione di Dio, il Dio che ripaga con beatitudine la povertà, il servizio, la mancanza di sicurezze. La porta stretta diventa la cruna di un ago per chi è ricco e per chi coltiva una visione farisaica della religione e di Dio.


Luca


Beati voi poveri!
Questa beatitudine proclamata con estrema naturalezza da Luca fa da cerniera con l’episodio del giovane ricco analizzato in Marco; Luca insiste molto sul pericolo delle ricchezze che sono viste come terreno fertile per l’ozio, permettono infatti di essere serviti.
La beatitudine veniva proclamata a gente che ancora non poteva capire; ma anche noi che siamo stati messi in condizione di capire quanto indugiamo ancora sulla via larga delle ricchezze e delle sicurezze di ogni tipo, quelle religiose comprese ...
Ma forse è ora di rientrare nel vivo della tipologia dei due figli o dei due fratelli, se preferiamo;
dipende dalla prospettiva con cui li si guarda; a noi è forse più congeniale vederli come due fratelli che incarnano la nostra duplice anima: quella disposta a fidarsi ciecamente di Dio, delle sue promesse di beatitudine ma anche quella che ricerca sicurezze sul piano sperimentato delle beatitudini secondo il mondo.


Parabola dei due figli (Lc. 15,11 )


La parabola è più nota come La parabola del figliol prodigo ma deve restare dei due figli perché anche il figlio maggiore ha molto da insegnarci; qualche testo intitola ancora diversamente: Il figlio perduto e il figlio fedele dando l’immediata percezione di quanto poco si sia scavato sulla vicenda di questi due fratelli e del maggiore in particolare; quanto al minore poi è sorto il luogo comune per cui prodigo non significa smodatamente generoso ma connota l’attitudine ad allontanarsi per poi fare ritorno con pentimento.
Applicando la nota tipologia non si fatica a vedere nel fratello maggiore quello che sceglie l’atteggiamento più deferente nei confronti del padre; quello che fatica maggiormente a capirlo.
Il minore a sua volta è quello che non ha soggezione del padre, osa resistergli, anzi pretende la sua parte di beni per disporne come crede.
Sogna la vita nell’ozio e per realizzare una vita diversa si allontana dal padre; l’illusione che sia l’ozio ad appagare la propria esistenza dura per un certo periodo, quanto dura il patrimonio; ma poi, pentitosi ... quello che in Matteo era un poi quasi immediato qui ha richiesto mesi, forse anni.
Anche qui c’è una storia di pentimento, di conversione condensata in quel rientrò in se stesso; non pensa alla condizione dei figli nella casa di suo padre, ma alla condizione dei servi, lui che suo malgrado si era trovato nella condizione di dover servire a un padrone: i servi nella casa di mio padre godono di una certa sazietà: lavorano e sono sazi, mentre io qui muoio di fame: mi risolleverò, tornerò da mio padre e il seguito è noto.
Bisogna far notare nell’allegoria dell’insoddisfazione che la carestia ha solo evidenziato quella che era la condizione di infelicità: il patrimonio, prima agognato come un bene supremo e poi dilapidato in fretta impediva di percepire questo disagio profondo, questa insoddisfazione, la stessa del giovane ricco.
Consumato il patrimonio, bruciato come un diaframma ingombrante, ecco che ritorna l’immagine del padre, un’immagine nuova, inedita: un padre che banchetta con i figli e con i servi; un padre dove tutti stanno bene.
Di diverso segno è la vicenda del figlio maggiore: è il protagonista della seconda parte quando il minore scivola nell’ombra della festa.
Per il padre non è ancora giunta l’ora della festa; ha un altro figlio, deve affrontare un rifiuto molto pericoloso; non ci è dato di conoscere l’esito della vicenda ma di sicuro possiamo scorgere il rischio corso da questo fratello.
Eppure si trovava nei campi a lavorare, ha sempre fatto il suo dovere, al patrimonio non aveva mai sottratto neppure un capretto.
Questo figlio si rifiuta di guardare al padre oltre i suoi angusti schemi: vede in lui solo il garante della divisione dei beni; obiettivamente come poteva vedere di buon occhio il rientro del fratello e come poteva approvare il gesto del padre che per lui aveva sacrificato il vitello più grasso; e poi questo fratello che sparisce e ricompare all’improvviso pretendeva forse che si dividesse il patrimonio da capo?
Questa dicotomia tra padre e patrimonio l’abbiamo assimilata anche noi; non è forse vero che continuiamo a vedere Dio come il dispensatore di premi o di castighi quasi che non sia lui stesso il premio e la sua assenza l’inferno.
Abbiamo interiorizzato, finalmente, che l’autentico patrimonio è tutto in quella condivisione che nella parabola è sul piano dell’avere ma che fuori dalla metafora è sul piano dell’essere:
figlio caro, ciò che sono io, sei anche tu ...


*Un amministratore fedele ! (Lc. 16 )


Ancora una volta lasciamo che a descrivere la tipologia dei due figli non siano due fratelli ma due diverse categorie. Il confronto è tra un amministratore prodigo e degli amici fedeli; anche qui l’utilizzo degli aggettivi è velato di ironia soprattutto quando si scopre che l’amministratore in questione è quello che viene più spesso definito come il fattore iniquo pur essendo strettamente imparentato con quel figlio prodigo che è rimasto molto caro all’immaginario comune; va detto che il modo di intitolare le parabole (in realtà nel testo originale non esistono titoli) è spesso un modo di
emettere sentenze che non corrispondono alla realtà dei fatti né tanto meno al messaggio che la parabola vuol lasciare.
C’era un uomo ricco ... Luca di uomini ricchi ce ne presenta tre, ma questo non è certamente assimilabile agli altri due, uno dei quali dichiarato apertamente stolto e l’altro che fa da controfigura a Lazzaro il povero.
Di questo uomo ricco non si dice che avesse ricchezze o che banchettasse in continuazione ma che aveva un amministratore e che costui gli fu denunciato come uno che sperperava il suo patrimonio.
Ancora una figura che attenta al patrimonio altrui e una categoria di persone che si fanno carico di salvaguardare lo stesso patrimonio; il riferimento alla parabola esaminata in precedenza è evidente com’è rilevante il fatto che le parabole siano in sequenza e ci sia uno scambio di espressioni tra le due.
Accettando il parallelo tra il figlio e l’amministratore, entrambi prodighi, resta da individuare chi recita nella parabola in questione la parte del figlio maggiore. In questa parabola c’è, appena accennata, una categoria di persone che lavora nell’ombra: sono gli amici del padrone che si premurano ti tenerlo informato sullo stato del suo patrimonio; il riferimento a queste persone è fugace ma di loro si dice abbastanza quando si prende in esame il termine usato per significare la
denuncia: l’espressione greca ha la stessa radice da cui deriva diavolo; una denuncia quindi che ha i connotati della delazione e l’intento, non certo limpido, di far cadere in disgrazia.
L’amministratore è quindi malvisto, ha dei nemici che mostrano zelo per il patrimonio del ricco padrone; sembra anche che costoro abbiano un ascendente nei confronti del ricco signore; costui, infatti, chiama il suo amministratore e minaccia un licenziamento in tronco, salvo il tempo per una rapida resa dei conti ...
È proprio questo licenziamento che suscita perplessità, ci scandalizza profondamente, anche se un ammonimento agli amministratori poco fedeli potrebbe aiutare qualche predicatore a stigmatizzare l’atteggiamento di una classe politica attenta solo al proprio tornaconto (in tempi di tangentopoli il ritorno ciclico di questa parabola nella liturgia domenicale ha permesso proprio questo, ma in realtà l’accostamento è scorretto; per stigmatizzare il comportamento di chi compie vessazioni sul popolo ci sono altri discorsi di Gesù) .
L’atteggiamento del ricco signore ci appare quindi per lo meno strano, improbabile, sia perché non si rende conto di persona che il suo patrimonio non è amministrato bene e poi perché, senza verificare la consistenza delle accuse, manda in esecuzione il licenziamento; ma questo è niente in confronto al fatto che infine loda il suo amministratore che ha continuato con pervicacia a dilapidare il suo patrimonio; un atteggiamento veramente ... divino!
Anche da parte dell’economo alcune cose ci sorprendono; all’indomani del licenziamento si trova sul lastrico tanto da doversi dare alla giornata oppure mendicare; come? non ha rubato per se? Non ha un conto in banca che gli permetta di vivere di rendita? ci stupisce che non si decida a fare l’onesto amministratore almeno in extremis o si candidi a svolgere una mansione di minore responsabilità; continua a lavorare a modo suo condonando i vari debiti che tanti avevano nei
confronti del suo padrone.
La scommessa è vinta: questo condono dei debiti, anche se in vista di un tornaconto personale, piace al suo padrone!
La vicenda quindi si conclude con una lode che lascia l'uditorio perplesso e i commentatori in difficoltà; per uscire dignitosamente dall’imbarazzo si dirotta la lode all’astuzia dimostrata ma sottintendendo una condanna per l’operato.
Per non dover ricorrere a mortificanti restrizioni mentali è opportuno considerare la parabola con occhi nuovi e, in particolare la figura del padrone.
Come si è detto, l'uomo ricco di questa parabola non ha niente da spartire con gli uomini ricchi delle altre due parabole che esordiscono con la stessa espressione (Lc. 1,16 e Lc. 16,19) : C'era un uomo ricco ...
La somiglianza è semmai con il padre dei due figli della parabola precedente, quello che non si scompone per una parte del patrimonio andata in fumo.
Se mostra di dare credito ai delatori (gli amici che hanno a cuore la sua situazione patrimoniale) è per mettere alla prova il suo economo, convinto che avrebbe agito proprio come lui si aspettava. Per poter capire è opportuno che ci eleviamo su un altro piano ed è questo l’intento delle parabole che, lette su un piano meramente umano, possono apparire come racconti improbabili mentre proiettate sul piano divino acquistano luce nuova.
Sorprende come Dio ami nascondere la sua storia dietro vicende e personaggi discutibili, a volte ambigui e le parabole rischiano di restare un patrimonio inutilizzabile, talvolta perfino imbarazzante, se non sono proiettate sul piano divino.
Sul piano divino la parabola racconta la singolare vicenda di un Padre che sembra abbandonare il proprio Figlio nelle mani di quelli che, a parole, dichiarano, di curare gli interessi divini e di salvaguardare un patrimonio teologico.
Sulla croce Gesù appare proprio come un licenziato da Dio; per testimoniare la sua innocenza non scende dalla croce ma, come l’amministratore, continua a condonare debiti: chiede perdono per i suoi crocifissori e promette il paradiso a uno che sicuramente, per sua ammissione, aveva contratto grossi debiti con la giustizia.
Il primo a capire che in costui c’è qualcosa di divino è un centurione romano; la Resurrezione coglie molti di sorpresa, non meno della lode che conclude la parabola.
Alcune osservazioni in margine per prevenire facili obiezioni: l’economo viene lodato ma in ogni modo gli resta l’appellativo di iniquo ...
In realtà l’espressione usata non è un aggettivo ma un genitivo che indica piuttosto il piano in cui il personaggio si muove: il piano è quello della non-giustizia (in greco a-dikias) ; ciò indica che il personaggio si muove su un piano di considerazioni umane contrapposto al piano della giustizia che è quello divino; il termine giustizia in questa accezione ha poco a che vedere col diritto; la stessa espressione viene utilizzata per il giudice che asseconda la vedova solo per togliersela di torno ma non implica necessariamente che fosse un cattivo giudice.
Per concludere in tema è bene ribadire che Gesù ha dato l’impressione ai suoi contemporanei di essere un dissipatore dei valori della teologia corrente e di lavorare quindi ai danni di Dio stesso, ma la Resurrezione ha dimostrato che aveva il mandato per fare tutto ciò che ha fatto.
Andrea Floris

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*Consultando una Bibbia on line mi ha colpito il fatto che la parabola sia intitolata proprio in questo
modo: resta da vedere se l’illuminazione proviene dai traduttori della Conferenza Episcopale
Italiana o se sia di chi ha pubblicato la traduzione CEI sul web.

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