Trittico

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Trittico dell'uomo ricco

La storia di Dio è spesso raccontata nelle vicende di esseri umani: lo stesso Gesù è la parabola vivente di Dio, l'icona di Dio e della sua passione per l'uomo. Alcuni personaggi delle parabole vengono interpretati direttamente da Gesù come figure (molto sbiadite) del Padre: un esempio tratto dal vangelo di Luca è la parabola del giudice che accondiscende alla richiesta di giustizia della vedova solo per togliersela di torno (Lc 18,2): ciò che gli uomini sono in grado di realizzare per puro calcolo, Dio lo realizza prontamente e senza alcun tornaconto personale.

Nel tentativo di condurre i suoi uditori verso la logica di Dio Gesù ha raccontato tre parabole che hanno come protagonista “un uomo ricco”; queste parabole si possono incorniciare in un trittico dove nei pannelli laterali ritroviamo il ricco stolto e il ricco Epulone mentre la scena centrale è dominata da una delle figure più difficili da interpretare: quella dell'amministratore, forse a torto definito “disonesto”, che crea enorme imbarazzo quando, nel finale, viene lodato dal suo ricco padrone!

Nel linguaggio pittorico del trittico i pannelli laterali ospitano i personaggi minori che concentrano l'attenzione sulla figura centrale. Se si dispongono le tre parabole in ordine cronologico il pannello centrale tocca alla parabola dell'amministratore; è sicuramente casuale, ma è di buon auspicio: la parabola merita un supplemento di attenzione!


Luca 12, 13-21

Il primo ricco è alle prese con un raccolto straordinario, una situazione nuova che lo coglie di sorpresa e … impreparato!

“Che farò?” si chiede esattamente come il protagonista della parabola successiva, ma in condizioni assolutamente diverse: qui si tratta di affrontare un lungo periodo di agiatezza e di tranquillità economica mentre per l'altro si affaccia lo spettro della precarietà più nera. La soluzione è presto trovata: 'Se i granai non possono contenere il nuovo raccolto si demoliscono e se ne costruiscono dei nuovi, ultima fatica che sarà poi ripagata da un lungo periodo di riposo e di banchetti'

La visione ottimistica del ricco non fa una piega anche e soprattutto se si tiene conto della mentalità che dominava allora: 'Non è forse la ricchezza un segno tangibile della benevolenza divina?'

Chi è nella sventura e nell'indigenza semmai ha da interrogarsi sulla propria rettitudine, come insegnano gli amici di Giobbe. E, anche se Giobbe risulta vincitore nel confronto con gli amici, quale dimostrazione migliore per attestare la solidità delle sue posizioni se non nel reintegro della ricchezza?

Eppure questo fortunato padrone di campi si sente dare dello stolto e non semplicemente perché, pur non sapendolo, sta per morire, ma perché è già morto dentro come vive già la realtà dell'inferno il ricco della terza parabola ancora prima di morire.

I capovolgimenti proiettati in tempi escatologici vanno intesi come già attuati anche se la realtà percepita può far credere il contrario. Le parabole delle ante laterali hanno molto da insegnare soprattutto da questo punto di vista; l'appellativo che risuona, amplificato da un potente megafono, è “Afron!” che non si può tradurre con un semplice “Stolto!”, comunque efficace.

Afron” è il contrario di “fronimos”, un aggettivo molto caro a Luca, che qualifica il servo fedele, il preposto che prende il posto del padrone quando si assenta per un lungo viaggio, e ha il compito di non far mancare niente alle persone che gli sono affidate. Luca 12, 42

Afron è chi non inquadra la ricchezza nell'ottica di Dio ma la vede esclusivamente nell'ottica della ricerca delle proprie sicurezze; cosi come conclude la parabola.

Fronimos” quindi è chi ragiona secondo Dio (etimologicamente 'col cuore'); ci sorprenderà allora che questo aggettivo venga utilizzato (in forma avverbiale) per l'economo della parabola centrale!


Luca 16, 1-9

Un certo uomo era ricco, ma forse non lo era più di tanto, a causa di un economo che lo impoveriva; se la storia finisse qui sarebbe proprio la parabola giusta che ritorna ciclicamente ogni tre anni e trova puntualmente amministratori disonesti (quasi sempre politici!) da bacchettare.

Ma è il seguito che rende inservibile questa parabola per le strane conclusioni che fa questo strano ricco che non è sicuramente stolto come le figure che lo affiancano.

È un ricco che non appare rinchiuso nella torre d'avorio della sua ricchezza: ha degli amici che lo frequentano e gli danno dei consigli, ma soprattutto ha un economo che gli permette di non occuparsi della sua ricchezza, neppure se deve demolire i granai troppo grandi per costruirne di più piccoli. É fortunato: ha un economo che disperde le sue ricchezze e non deve neppure chiedersi “Cosa farò?”.

A pensarci bene ricorda il padre della parabola precedente anche se di lui non si dice che era ricco ma solo che aveva due figli; eppure ricco, e molto, doveva esserlo, anche dopo che il figlio minore gli ha sperperato parte del patrimonio.

Dal padre dei due figli deve avere assimilato anche la noncuranza per il patrimonio dato che non vigila in prima persona sullo stato di salute delle sue sostanze ma lascia che siano altri a metterlo sull'avviso che la gestione del suo patrimonio è abbastanza allegra.

Però, una volta informato, fa sul serio! Non delude gli amici, quelli a cui il patrimonio stava veramente a cuore; e qui il pensiero torna alla parabola precedente, a quel bravo figliolo con la testa sul collo che evitava le feste con gli amici per non disperdere neanche una briciola del patrimonio.

Interessante: da una parte un padre tra due figli e dall'altra un ricco signore che si barcamena tra gli amici e un economo; uno dei figli con la fissa del patrimonio e gli amici pure … il figlio debosciato e l'economo malandrino a disperdere invece (utilizzano entrambi lo stesso verbo: diascorpizein) quello che altri hanno messo insieme e salvaguardato. Il copione è lo stesso come simile è lo scandalo che suscitano il padre e il padrone delle ricchezze quando si squagliano di commozione al ritorno del figlio o si sperticano in lodi per l'economo senza tenere minimamente in considerazione i danni che questi hanno prodotto al patrimonio.

Sullo sfondo appare un Dio riconoscente per l'operato di chi ha distribuito il suo patrimonio; ogni ricchezza che genera amicizia è ben spesa, anche se in vista di un tornaconto personale!


Parabola del ricco e di Lazzaro (Luca 12,16)

C'era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: «Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere

nell'acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma».

Ma Abramo rispose: «Figlio, ricordati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi». E quello replicò: «Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch'essi in

questo luogo di tormento». Ma Abramo rispose: «Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro». E lui replicò: «No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno». Abramo rispose: «Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti».

La trasposizione temporale della pena smaschera la situazione reale del ricco: aldilà delle apparenze è proprio il ricco che versa in una situazione tale da non suscitare alcuna invidia ma solo commiserazione; chi non riesce a vedere oltre il proprio ventre da riempire vive una condizione subumana che è rimarcata dal fatto che non ha neppure un nome, una personalità.

È vero che nessuno, potendo scegliere, si calerebbe nei panni di Lazzaro che rappresenta la radicalizzazione della sofferenza eppure la sua situazione è preferibile a quella dell'anonimo ricco (“Epulone” è un nomignolo regalato dalla pietà popolare che lo identifica con la sua attività preferita: quella di banchettare) vestito di porpora e di bisso (simboli di benestare e anche di potere).

Anche questa parabola è una provocazione al buon senso, tutto il Vangelo lo è dalla prima all'ultima pagina: è sancito il distacco definitivo di Dio dalla ricchezza.

Dio è il “beato tra i poveri” .